Paternity bonus, perché mitizziamo la maternità, ma premiamo la paternità

Paternity bonus, perché mitizziamo la maternità, ma premiamo la paternità

Nonostante i progressi degli ultimi anni, ancora oggi il mondo del lavoro evidenzia una disparità di genere, continuando a non offrire a uomini e donne, a parità di competenze e di percorso di studi, lo stesso scenario lavorativo e le stesse opportunità professionali. Questa condizione, che rappresenta la norma in tutti i settori, specie quelli tradizionalmente riconosciuti ad appannaggio degli uomini, risulta ancora più evidente quando parliamo di lavoratori con figli.

Da anni si assiste a una tendenza diffusa a incoraggiare le donne a fare più figli, con politiche mirate o iniziative come il fertility day, ma a questa operazione non corrisponde una efficace struttura politico-economica che sia in grado di supportare le donne e le famiglie in generale, con il risultato che le prime a pagarne le conseguenze, prima di tutto dal punto di vista lavorativo, sono proprio le donne stesse. Come vedremo di seguito, i dati ci raccontano uno scenario piuttosto eloquente, che mette in luce quanto l’Italia non sia un Paese per mamme lavoratrici. E, anche di fronte a una situazione come questa, sono ancora una volta gli uomini – e quindi i padri – a guadagnarci.

Eppure, le politiche dell’economia di genere ci dicono che un’equità di genere produrrebbe un aumento dell’economia globale pari al 35%, un dato che continua ad essere ignorato ma che rappresenta un punto di partenza imprescindibile per attuare un cambiamento sociale ed economico che parta proprio dall’annullamento delle disuguaglianze tra uomo e donna.

Ma vediamo origini e cause di questo scenario che penalizza le donne che diventano madri e premia gli uomini che diventano padri.

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    Motherhood penalty e paternity bonus, due facce della stessa medaglia

    Il costo che le donne che lavorano pagano quando diventano mamme ha un nome preciso, si chiama motherhood penalty (o child penalty gap o maternity gap) ed è più precisamente la penalizzazione che la lavoratrice subisce per il fatto di avere uno o più figli. Nei fatti, questa condizione significa nella maggior parte dei casi una drastica riduzione di salari e opportunità sul lavoro, blocchi di avanzamenti di carriera, riduzione delle ore di lavoro fino all’obbligo di fare una scelta tra carriera e maternità.

    Questa situazione diffusa è figlia prima di tutto della cultura patriarcale in cui viviamo che vede ancora le donne come i principali soggetti su cui ricade la gestione della famiglia. Basti pensare che l’82% dell’economia di cura ad oggi è sulle spalle delle donne. E questo ha inevitabilmente un costo importante per la loro vita lavorativa e carriera, nonché per i loro redditi.

    Una condizione che è paradossalmente controbilanciata da un diverso tipo di trattamento nei confronti degli uomini che diventano padri. Di fronte ad uno stesso evento coma la nascita di un figlio, ci ritroviamo infatti di nuovo di fronte a una condizione di disparità, ovviamente a svantaggio delle donne.

    Se da un lato l’attuale società penalizza le donne lavoratrici che mettono al mondo un figlio, dall’altro arriva a premiare gli uomini che diventano padri. Al fianco della motherhood penalty c’è infatti il paternity bonus.

    Come spiega Michelle J. Budig, presidentessa del dipartimento di sociologia dell’Università del Massachusetts Amherst, per la maggior parte degli uomini la paternità si traduce in un bonus salariale, mentre per le donne la maternità si trasforma in una penalizzazione salariale.

    Sempre secondo la Budig, la paternità sarebbe una caratteristica molto apprezzata dai datori di lavoro, e indicherebbe “un maggiore impegno lavorativo, una maggiore stabilità e una maggiore meritocrazia”.

    Il fondamento di questa ideologia, che nei fatti si traduce in un riconoscimento economico, e spesso una promozione, dei soggetti lavoratori maschi, è ancora una volta una questione culturale: i padri sono infatti tradizionalmente considerati i “capofamiglia”, coloro che si occupano del sostentamento della famiglia, mentre alle donne, e quindi alle madri, viene prima di tutto riconosciuto il ruolo di custodi del focolare, responsabili della famiglia e della casa, oltre che della gestione e dell’educazione dei figli.

    Questa credenza radicata nella mentalità patriarcale, che ancora oggi risulta prevalente, ha fatto sì che i datori di lavoro, anche implicitamente, continuino a presumere che il ruolo di madre riduca la dedizione di una donna alla sua carriera a vantaggio della famiglia e che, al contrario, la paternità determini un aumento dell’impegno sul lavoro, anche e soprattutto per provvedere alla famiglia che si è allargata.

    I numeri della motherhood penalty

    La situazione appena descritta trova conferma nei dati allarmanti che riguardano il nostro Paese. In Italia il 30% delle donne lascia il lavoro dopo il primo figlio. Una percentuale altissima che tocca anche la questione part-time. Nel 73% dei casi sono proprio le donne ad ottenerlo, ma per il 60% dei casi si tratta di un part-time involontario, ossia, una “scelta” forzata dal fatto che la lavoratrice è impossibilitata a procedere diversamente. Questi primi numeri ci dicono che sono moltissime le donne che ancora oggi si trovano a dover scegliere tra carriera e maternità.

    Secondo il Child Penalties Across Countries: Evidence and Explanations, una delle ricerche sul Child Penalty Gap più complete fino ad ora, rivela che nella peggiore delle ipotesi, a una donna lavoratrice, senza che si trovi un accordo sostenibile, la maternità costerà il posto di lavoro, nella migliore, porterà in media dal 31 al 44% in meno del marito, padre anche lui dello stesso bambino o avrà davanti a sé meno opportunità di quest’ultimo di fare carriera, se non addirittura nessuna.

    Nello specifico, i padri subiscono un aumento salariale medio di oltre il 6% per ogni figlio, mentre le donne sono sottoposte, in media, a una diminuzione del 4% dello stipendio per figlio. A creare questo scenario contribuisce anche il pregiudizio sopracitato, e sostenuto dalla Budig, secondo cui la paternità diventerebbe un valore per un datore di lavoro, il quale, al contrario, vedrebbe nelle dipendenti madri dei soggetti penalizzati dal loro ruolo sociale, tanto da essere spesso percepite come “esauste e distratte al lavoro”, che si traduce automaticamente in meno produttive.

    Ma c’è di più: stando a quanto sostiene la Budig, la penalizzazione della maternità in termini di diminuzione salariale non sarebbe distribuita in modo uniforme tra i diversi livelli di reddito. Sarebbero proprio le donne a basso reddito, quelle cioè che non se lo potrebbero permettere, a subire una maggiore penalizzazione in questo senso, con conseguenze importanti sul tenore dell’intera famiglia.

    Guardando poi nello specifico la situazione salariale del nostro Paese, il Job Pricing Gender Pay Gap Report del 2019, ci dice che nel 2019 una lavoratrice italiana, a seconda dell’inquadramento lavorativo di appartenenza, ha guadagnato tra i 7.700 ed i 2.500 euro in meno all’anno rispetto a un collega uomo. Tra i motivi di questa differenza salariale c’è ovviamente anche la maternità. Le donne risultano poi avere carriere più discontinue e segnate da interruzioni, che sono spesso legate ai congedi parentali per maternità.

    Le lavoratrici madri risultano penalizzate non solo confronto ai loro colleghi maschi, ma anche alle loro colleghe senza figli. Uno studio che analizza i salari delle due categorie, ossia donne lavoratrici con e senza figli, prendendo in esame un un campione di dati INPS dal 1980 al 2016, ha messo in luce come partendo da una situazione simile, all’arrivo di un figlio, le due carriere non procedono più parallele, segnando un distacco che sarà destinato a rimanere costante negli anni, se non addirittura a diventare sempre più evidente e incolmabile. La stessa donna divenuta madre, a 15 anni dalla nascita del primo figlio, guadagnerà in media 5.700 euro in meno del periodo in cui non aveva figli.

    Eppure, il problema non è solo della società e delle aziende che tendono a privilegiare lo status di padre, ma è ben più radicato: si pensi, ad esempio, che il congedo parentale, che può essere concesso a uno dei due genitori, nel 2019 è stato preso per l’80% dalle mamme.

    Politiche per contrastare la motherhood penalty

    Tra le prime possibili azioni ci sono prima di tutti i programmi di welfare aziendale sostenibili che possano puntare sulla creazione di opportunità di crescita costanti per le donne, garantendo equità salariale e di opportunità di carriera, tutelando la maternità e offrendo aiuti economici e un sostegno costante alle mamme e alle famiglie in generale.

    Oltre agli impegni delle aziende, per vedere un progresso in questo senso e annullare la child penalty gap, sono necessarie anche politiche economiche mirate che contribuiscano a cancellare la disuguaglianza di genere, incrementino una maggiore presenza delle donne nei gruppi decisionali e riportino le competenze femminili nel mercato del lavoro, riconoscendole come parte fondamentale della forza lavoro e dell’aumento di un’economia globale che ne risulterebbe fortemente migliorata.

    Le misure adottate da alcuni Paesi stranieri, come Germania e Russia, si orientano verso una tendenza a modificare il regime fiscale, spostando risorse a favore delle famiglie con figli. In questi due Paesi, il tasso di fecondità è passato rispettivamente da 1,33 figli per donna del 2006 a 1,60 del 2016 e da 1,30 del 2006 a 1,75 del 2016. Un trend confermato anche da alcuni studi riferiti alla situazione nel nostro Paese: laddove vi siano stati dei casi di erogazioni aggiuntive di reddito dovute a leggi regionali, la fecondità è infatti aumentata in misura significativa, mentre è diminuita l’abortività.

    Oltre al lato prettamente economico, risultano però imprescindibile la realizzazione di una efficiente rete di infrastrutture sociali, tra cui ad esempio servizi educativi per i figli a prezzi ragionevoli, essenziali per permettere il rientro al lavoro delle madri in serenità.

    Accanto a queste, svolgono poi un ruolo fondamentale campagne di sensibilizzazione avviate da donne e professioniste di vari settori, come ad esempio la Campagna dal nome Il giusto mezzo, avviata di recente, proprio in seguito al difficile periodo del primo lockdown, in cui un gruppo di donne della società civile, attive nel mondo del lavoro in diversi settori e con competenze diversificate ha richiesto attraverso una petizione e una lettera al presidente del Consiglio una maggior impegno per riportare al centro del discorso economico la donna.

    Il tutto, attraverso politiche fiscali mirate ma anche e soprattutto attraverso l’istituzione di una rete sociale di servizi alla persona che permetta di non far gravare il peso della gestione della famiglia solo sulle donne.

    E il difficile periodo che stiamo vivendo a causa della pandemia da Covid-19 può tramutarsi in un’opportunità. Nell’ottica delle protagoniste e ideatrici del progetto mai come in questo momento è necessario sfruttare il Recovery Fund per attuare delle politiche integrate e degli investimenti moltiplicatori al fine di ridisegnare un Paese più giusto, più equo, più sano che metta al centro la donna e affronti una volta per tutte il tema della disuguaglianza di genere.

    La condizione della mamme lavoratrici aggravata dal lockdown

    La situazione delle mamme lavoratrici ha visto purtroppo un drastico peggioramento nell’anno in corso, soprattutto a seguito del periodo di lockdown e della chiusura delle scuole. Un costo che, come era prevedibile, è ricaduto quasi esclusivamente sulle donne e sulle loro carriere. Per comprenderlo, vediamo nel dettaglio i dati riguardanti il nostro Paese, che ci illustra l’economista Azzurra Rinaldi.

    Dopo il lockdown il tasso di occupazione femminile è sceso dal 53% del 2019 al 48%. In particolare, su 800.00o persone che hanno perso il lavoro, 447.00o sono donne, quindi più della metà del totale, nonostante il tasso di occupazione femminile sia minore rispetto a quella maschile: siamo infatti a 49,7% contro il 67,6% degli uomini.

    La situazione occupazionale delle donne in Italia nel 2019, sebbene registrasse un dato non particolarmente encomiabile con quel timido 53% (si pensi ad esempio che la Spagna si attestava al 62%), ha dimostrato di essere un risultato fragilissimo tanto che di fronte alla difficoltà mostrata dall’anno in corso ha rivelato le falle del sistema che lo reggeva. Questo ci ricorda con ancora maggiore evidenza l’urgenza di politiche economiche e sociali mirate che tutelino la centralità delle donne nel mondo del lavoro per contribuire al tempo stesso a rilanciare l’economia globale.

    Come già accennato in precedenza, le donne non solo le uniche a pagare il costo della maternità e del ruolo sociale che la società continua a imporre loro dopo millenni: un sistema economico-sociale fondato sulla disuguaglianza di genere presenta infatti ripercussioni immediate in termini di prodotto interno lordo. Come ricorda Azzurra Rinaldi, una maggiore riduzione del gender gap porterebbe benefici all’economia globale: più precisamente, stando a quanto riporta il McKinsey Global Institute, entro il 2025, annullando questo divario fondato sul genere, si potrebbe arrivare a un aumento del PIL mondiale pari a 25mila miliardi di dollari.

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